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La vite ha radici antiche in Costa d'Amalfi, forse riconducibili alla Roma imperiale, o ad epoca ancora più remota. La mancanza di terreni disponibili suggeriva l'impianto su sostegni vivi ( di solito maondorlini, noci o nespoli), sicchè l'uva cresceva e maturava insieme ad altri frutti, in una sorta di vigneto-frutteto.
Poi, nel Medioevo, a partire dall' XI secolo, la vite conquista una propria individualità, affrancandosi dagli alberi da frutto. Ancora una volta la scarsità di terreno, la natura rocciosa del territorio e la sua estensione per lo più in altezza, portarono presto a preferire la coltivazione su pergolato. vale a dire una sorta di griglia, costituita da un incrocio di pali, intorno ai quali, a due metri dal suolo, trovano spazio i germogli.
Mille anni fa la vendemmia veni fatta in modo non molto diverso da quello di oggi: i grappoli, una volta lavati, venivano pigiati con un torchio di legno, il palmentum, collegato ad una vasca in legno o muratura, il lavellum, verso il quale confluiva il mosto. Quest'ultimo veniva conservato in botti di quercia e in barili, che trovavano posto in un terraneo fresco e ventilato, il buctarium o cellarium.La gamma di uve da vino che si producono hanno spesso nomi coloriti e suggestivi, e troviamo, per i vini bianchi: la Ginestra, la Pepella, il Ripolo e il Fenile, vitigni cha non hanno riscontro altrove, e per i rossi e rosati abbiamo: Piedirosso, Sciascinoso e Tintore. La Costa Amalfitana ha offerto , nei secoli, una scelta di vini abbastanza pregiati, e adatti ai vari gusti e alle varie circostanze: dal vino derivato da viti latine a quello "greco" addizionato con miele e spezie, e ancora a un'ottima Vernaccia prodotta a Minori.
Le sorti del vigneto in Costiera restano saldamente legate ai caratteri del territorio e soprattutto alle sue felici condizioni climatiche. Ne è prova lamillenaria continuità di queste viti fino ai giorni nostri e la loro consacrazione attraverso la Doc del '94 ai vini di Furore, Ravello e Tramonti.
Vitigni autoctoni
Il tintore
Le colline di Tramonti rappresenta la patria pressocché esclusiva di questo vitigno(le presenze nella Valle dell'Irno e nell'entroterra della costiera amalfitana sono assai modeste), che deve il suo nome alle sostanze coloranti di cui sono ricchi gli strati di cellule presenti al di sotto della buccia. Tradizionalmente allevato a raggiera, non è molto fertile, ma garantisce un buon livello di zuccheri e di acidità totale. A Tramonti i vitigni sono quasi tutti a pergola e su piede franco. Pare - secondo le descrizioni degli ampelografi dell'Ottocento - che ci sia una certa antica affinità fra il Tintore, la Tintora di Lanzara, sempre nel salernitano, e l'Olivella Tingitora. Ma si limita solo ad alcuni caratteri: il rosso - vinoso del raspo, la maturazione precoce e il tipico appassimento degli acini. Vinificato bene, dà un vino molto apprezzato ed entra nell'uvaggio della Doc Costa d'Amalfi Rosso, per la sottozona di Tramonti.
Il Piedirosso
Tra i vitigni più tipicamente campani, il Piedirosso trova la sua maggiore diffusione della provincia di Napoli,area nella quale non manca di dare il meglio di sé. Si pensi in particolari ai Campi Flegrei e alle grandi Doc cui fa da base: Per'e Palummo, Lacryma Christi, Gragnano, Lettere, Sorrento. Ma il Piedirosso rappresenta anche il vitigno prevalente nell'uvaggio della Costiera Amalfitana, nonché nella composizione ampelografica delle Doc Sannio Taburno e Sant'Agata dei Goti. Il nome è quanto mai suggestivo e conferma la straordinaria fantasia dei napoletani nel tradurre la caratteristica del vitigno in immagine: Piedirosso, ovvero "Pier'e Palummo", dal rosso dei pedicelli degli acini che richiama il colore della zampa dei colombi. Un aspetto, questo, comune anche ad altre varietà, così il nome è stato spesso impropriamente esteso ad alcune specie, che poco hanno da spartire con il Piedirosso. Vitigno storico, presente in tutta la regione, è oggetto di indagine solo a partire dai primi dell'Ottocento, per essere a metà del secolo confuso con il Dolcetto d'Alba.Poco genoroso sul piano produttivo, offre un mosto dal livello zuccherino piuttosto elevato e un'acidità abbastanza contenuta. Di qui, forse, le molte lodi del vino e suo frequente accostamento all'Aglianico.
Biancolella
Anche se il vitigno è in massima parte monopolio dell'isola d'Ischia (l'antica Aenaria), alimenta parecchi vini estranei all'isola, non esclusi quelli della Costiera Amalfitana D.O.C. Vinificato in purezza da origine alla Doc Ischia Biancolella e, abbinato al Forastera, all'Ischia Bianco e Spumante, vini assai espressivi del terreno vulcanico in cui nascono. Presente anche in qualche area del Napoletano, il Biancolella trova il suo habitat ideale nei terreni caldi, ricchi di lapilli. ha subito nel tempo non poche corruzioni dialettali (janculella, janculillo), che ne confermano il nome e l'identità. Pur trattandosi di un uva antica ed esclusiva della Campania, è citata solo a partire dalla prima metà dell'ottocento, e non da tutti gli studiosi, il che avvalora i suoi ristretti confini. Vitigno di media resistenza, offre in cambio una generosa resa, contenuti livelli zuccherini e bassa acidità. La Biancolella contribuisce all'uvaggio di parecchi vini Doc: Capri, Campi Flegrei, Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana, dov'è localmente detta Bianca Tenera. |